Palazzo Coccia

palazzo_cirillo_05Il Palazzo Coccia-Cirillo nasce come villa suburbana fatta costruire da Giuseppe Coccia nel 1779. L’edificio presenta molte similitudini con alcune ville vesuviane di fine ’700; dal punto di vista architettonico, infatti, ricade nel periodo che vede il passaggio da Rococò a Neoclassicismo. Il palazzo e il relativo giardino occupano l’intero isolato che va da Corso Garibaldi a Via Vittorio Veneto.
L’edificio fu costruito su un terreno che i Padri Conventuali avevano avevano concesso in enfiteusi alla famiglia Coccia nel 1777. Il palazzo è stato protagonista di diversi eventi storici accaduti in città, ad esempio nel 1779 il palazzo, allora sede dei capi repubblicani, fu assalito dai Borbonici. Nel 1870 La famiglia Coccia a causa di problemi economici, fu costretta a vendere all’asta l’edificio che fu aggiudicato a Casimiro Cirillo (da qui il doppio nome dello stabile). Nel 1947 il palazzo fu per la seconda volta protagonista di un assalto, questa volta in occasione dello sciopero generale. Dal 1984 Palazzo Coccia-

Cirillo è sottoposto a vincolo tutelativo e nel 1992[1] è stato acquistato dalla “Cerere Immobiliare S.r.l.”. Oggi è proprietà della famiglia Carbone.

Da un punto di vista architettonico, il cortile presenta un porticato a tre campane che porta alla scalinata caratterizzata da un’ampia volta. Al porticato corrisponde, sul piano nobile, una loggia (Fig. 5). Le decorazioni scultoree sono sobrie ed eleganti, mentre quelle pittoriche interessano solo la galleria al piano superiore, la cui volta presenta un motivo floreale ad olio. Al centro della volta è collocata una tela, risalente al 1811 e firmata da Gioacchino De Rosa e F. Faggiano, che raffigura un soggetto mitologico. L’arcata interna della scalinata presenta un motivo decorativo identico a quello di Villa Campolieto a Ercolano; questa somiglianza ha fatto ipotizzare che Luigi Vanvitelli abbia realizzato le decorazioni di entrambe le ville. Non vi è nessuna prova che confermi questa tesi; inoltre egli morì nel 1773 rendendo più verosimile il fatto che l’architetto del palazzo Coccia, probabilmente di scuola napoletana, conoscesse il lavoro del Vanvitelli e a questi si sia ispirato.