“Un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare” (Nelson Mandela)

OltreBabele consiglia: 'Perchè amo questo popolo' di Silvia Todeschini
OltreBabele consiglia:
‘Perchè amo questo popolo’ di Silvia Todeschini

In questo libro è presente una raccolta di interviste effettuate al settembre al dicembre 2011 nella striscia di Gaza. Le interviste sono intervallate da breve note storiche e descrizioni, che mirano a contestualizzarle. Si è scelto di intervistare persone di diversa estrazione sociale e di diverse appartenenze politiche, per dare una panoramica più ampia possibile delle pratiche volte a combattere l’occupazione sionista. Sono centrali infatti,non tanto le sofferenze del popolo palestinese quanto la forza che esso riesce a trasmettere nel continuare tenacemente a resistere. Sono stati presi ad esempio il contadino, che per nessuna ragione vuole smettere di coltivare la sua terra anche se attaccato dai cecchini israeliani, la giovane blogger, che vuole comunicare con il mondo fuori che cosa significhi vivere a Gaza, il rapper che ha deciso di esprimere il suo dissenso con la musica, le attiviste del movimento per il boicottaggio disinvestimento e sanzioni verso Israele,che chiedono di non supportare l’apartheid sionista, chi porta avanti la lotta armata, perché con tutte le armi che Israele usa contri i palestinesi essi hanno il diritto di rispondere a tono, chi pensa sia più efficace la lotta popolare non violenta, perché può coinvolgere più persone ed essere più efficace a livello mediatico e tante e tanti altri. Leggendo, scoprirete che le storie di queste persone sono in realtà molto più vicine di quel che si possa pensare. Non solo perché il Mediterraneo ci unisce ma anche perché, prima di tutto, sono storie umane.

Il punto di vista di OltreBabele

Generalmente, il termine “questione” viene utilizzato per far riferimento ad un particolare caso, ad un problema specifico che deve essere necessariamente preso in esame e, se possibile, risolto. Vi sono “questioni” di diversa natura e tipologia: storiche, sociali, politiche, economiche, morali… Situazioni decisamente delicate, instabili, persistenti nel tempo e che molto spesso devono essere sottoposte ad un vero e proprio processo di risanamento. Sicuramente una di quelle che ha avuto un impatto immenso sulla realtà odierna e del passato, è la “Questione palestinese”, l’eterno conflitto tra Israeliani e Palestinesi riguardante “l’illegittima” occupazione da parte del popolo ebraico di alcune sezioni del territorio palestinese. Tecnicamente, dal punto di vista storico, la disputa ha avuto inizio alla fine della seconda guerra mondiale. In seguito allo smembramento dell’Impero Ottomano, procedimento conclusosi intorno al 1920 ad opera di potenze quali Francia e Inghilterra, il Medio Oriente venne suddiviso in una serie di Stati nazionali. Questo comportò un ulteriore inasprimento dei rapporti tra le popolazioni locali.

In particolare, nel 1946, la convivenza tra arabi ed ebrei, che si erano riversati in massa nelle aree palestinesi in seguito al secondo conflitto mondiale, divenne alquanto critica: il desiderio degli Ebrei di fondare lo stato di Israele in Palestina, andava contro l’interesse del popolo arabo di preservare il dominio sulle proprie terre. E’ il 14 maggio 1948 quando l’ONU stabilisce di dividere la Palestina in due Stati, uno arabo e uno israeliano, con Gerusalemme quale territorio internazionale sotto il controllo stesso delle Nazioni Unite. Tra il 1948 e il 1949 ha inizio la prima guerra arabo-israeliana che sarà per lo Stato Ebraico la “guerra d’indipendenza” e per i palestinesi una vera e propria catastrofe: tra i 650.000 e gli 800.000 palestinesi scappano dalle loro case e diventano profughi. Da quel momento una serie di dispute, conflitti, soprusi, ingiustizie segneranno inevitabilmente la storia di questi popoli, di cui vittima principale è la comunità palestinese. La libertà ha un prezzo che il popolo palestinese conosce e continua a pagare da molto tempo. Un popolo di uomini, di donne e di bambini che tenacemente da più di 64 anni, continua a resistere e che non ha alcuna intenzione di abbandonare la propria terra. Legittimare le azioni del popolo israeliano significherebbe legittimare la brutalità e i soprusi che i palestinesi sono costretti a sopportare.

Durante la prima intifada gli israeliani hanno cominciato a distruggere gli ulivi e le piante e hanno iniziato a proibire ai palestinesi di coltivare la propria terra. Un contadino palestinese di nome Jabert racconta: “[…] possono sparare, ucciderci e distruggere la nostra terra, ma io non me ne vado, noi non ce ne andremo. Noi continueremo a stare saldi e a resistere perché siamo nella nostra terra. Loro stanno nei carri armati, negli aerei militari, protetti da tutta la loro tecnologia perché hanno paura di un contadino. Ora dimmi: chi è il più forte? Il più coraggioso? Loro rinchiusi nei loro carri armati o noi che continuiamo a coltivare? […] io voglio continuare a coltivare per dimostrare che sono qui, che non me ne vado, che loro non vincono, non vinceranno, non possono vincere. E se prendono me, ci saranno i miei figli che continueranno a lavorare la terra. Se prendono anche loro, ci saranno i loro figli. Fermarci è impossibile”. Soltanto attraverso i loro occhi e le loro parole impregnati di speranza, è possibile conoscere le storie e la lotta di questa gente. “Perchè gli israeliani ci hanno fatto questo? Forse vogliono che ve ne andiate dalla vostra terra”. “Nemmeno nei loro sogni ce ne andremo”.

A cura di Margherita Cinquepalmi

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